venerdì 30 aprile 2010
giovedì 29 aprile 2010
"Ora, come allora, non è ora."
Necessito di stare da sola con me stessa. Necessito di trattenere le parole, le stesse per qualcuno cosi conosciute come inedite per me. Necessito di non rubare al tempo il suo corso naturale, ma allo stesso modo non posso permettermi di aspettare. La mia unica valvola di sfogo è ricominciata ad essere lo spazio vuoto del web. Da una parte questo mi rattrista. [Non cerco risposte, non qui. Scrivo qui perchè, almeno apparentemente, mi sembra meno un soliloquio nella mia stanza, o, peggio ancora, nella mia mente.] Dall'altra, per una benemerita volta, smetto di frenarmi e mi concedo il lusso di "sbagliare". Quindi parlo, ritratto e mi ripeto. Vorrei non avere questa maledetta coerenza e istintività malata, che mi porta ad agire, sempre e comunque, non attenendomi a ciò che la Realtà propone. Vorrei pretendere meno da me stessa e da chi mi sta accanto, ma non ci riesco. Vorrò sempre il massimo. E con questo non intendo nulla di trascendentale. Intendo soltanto avere la possibilità di esprimermi completamente, non lasciare niente di non vissuto. Vorrei essere più clemente nei confronti della parte più introspettiva e idealista di me stessa, dirle che può fare come se io non ci fossi. Invece la comando, le do le mie regole, a cui lei, inevitabilmente e con sempre più prepotenza, si ribella. Lo stesso, identico conflitto, che continua da tempo immemorabile.
Ma...e se invece fosse ora? Ora di lasciare tutto alle spalle, credere nei momenti rivelatori, vivere il tempo come se non fosse tempo, ma uno spazio orizzontale in cui dipingere la vita che vorrei? Senza distinzione alcuna di sonno e veglia, cosciente e incosciente, vissuto o soltanto immaginato. Dare ad ogni attimo la tonalità che voglio, lasciandomi guidare solo da me stessa. Parlare, parlare, parlare, lasciare che le parole e le azioni e i pensieri fuggano dall'ordine prestabilito.
Forse che, immaginare una meta e uno scopo, contiene in parte già il viverli? Sembra tutto così reale, che vorrei raccogliere ogni cosa e posarla nella scatola magica. Porre là dentro anche l'attesa [ché a volte è più emozionante questa che la sua meta].
Ma...e se invece fosse ora? Ora di lasciare tutto alle spalle, credere nei momenti rivelatori, vivere il tempo come se non fosse tempo, ma uno spazio orizzontale in cui dipingere la vita che vorrei? Senza distinzione alcuna di sonno e veglia, cosciente e incosciente, vissuto o soltanto immaginato. Dare ad ogni attimo la tonalità che voglio, lasciandomi guidare solo da me stessa. Parlare, parlare, parlare, lasciare che le parole e le azioni e i pensieri fuggano dall'ordine prestabilito.
Forse che, immaginare una meta e uno scopo, contiene in parte già il viverli? Sembra tutto così reale, che vorrei raccogliere ogni cosa e posarla nella scatola magica. Porre là dentro anche l'attesa [ché a volte è più emozionante questa che la sua meta].
martedì 27 aprile 2010
Di una finestra semichiusa sull'aria umida e di una canzone si può dire molto.
Pensare molto di sé, immaginare ciò che non si è, e sentire ogni cosa a portata di mano, ma allo stesso tempo incredibilmente lontana.
Immaginarsi fotografie ancora da fare,
libri ancora da leggere,
parole solo udite da lontano che sanno di finestre semichiuse su una mattina umida.
Afferro ogni spunto che sappia (almeno un pò) di verità ed evoluzione, sperando di avere abbastanza posto per conservare tutto.
Immaginarsi fotografie ancora da fare,
libri ancora da leggere,
parole solo udite da lontano che sanno di finestre semichiuse su una mattina umida.
Afferro ogni spunto che sappia (almeno un pò) di verità ed evoluzione, sperando di avere abbastanza posto per conservare tutto.
domenica 25 aprile 2010
25 aprile. Pensieri e parole, per non dimenticare.
"Forse non farò cose importanti,
ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri che sto facendo adesso
influiscono sulle mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano."
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente verremo compresi, ed è bene che sia così. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo [...]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento", e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.
Primo Levi, Se questo è un uomo
ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri che sto facendo adesso
influiscono sulle mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano."
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente verremo compresi, ed è bene che sia così. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo [...]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento", e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.
Primo Levi, Se questo è un uomo
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