domenica 31 ottobre 2010
L'inutilità dei numeri
Mi sembra, sempre più spesso, che si tratti sempre di quantificare ogni cosa: esperienze vissute, lavori da mettere sul CV, persone conosciute, soldi guadagnati, oggetti posseduti. E allora diventa tutto una grande corsa a chi ha di più da dire, a come ci si può vendere meglio e al miglior offerente. Ma la cosa più triste è che la competizione con il mondo intorno ad un certo punto finisce per diventare competizione con noi stessi, e questo avviene inconsapevolmente. E allora finisci per chiederti perchè non hai fatto questoquest'altroequell'altroancora e quanto ti manca per stare al passo. E questo in primis nel mondo del lavoro. Non mi sembra che conti qualcosa la personalità di una persona, i suoi valori e il suo modo di porsi nelle cose: si viene considerati a seconda di quante voci figurano su quel benedetto pezzo di carta che ormai è diventato il miglior passaporto internazionale. Così si corre a fare più esperienze possibili, anche se in realtà non è ciò che si vuole, anche se si già dal principio che non ci darà nulla. Sembra un mondo dove ognuno ha una data di scadenza, e ti devi sbrigare a non arrivarci troppo vicino: e allora ti tappi gli occhi e le orecchie e il cuore e ti butti a capofitto, nella mischia a correre la gara. Ma, almeno in certi ambiti, io vorrei ancora sperare che non siano questi i requisiti. Che non sia come la politica, in cui arrivano persone che non hanno nulla da dire e da dare, se non manifestare i loro interessi personali in un mondo dove vanno a danneggiare tutti gli altri, anche e soprattutto coloro che si adoperano per migliorare le cose. Ecco, vorrei che cambiasse un pò il modo di considerare le Persone (che da persone diventassero Persone). E che si smettesse di pensare che bisogna sempre fare di più e andare avanti, anche senza coscienza critica di ciò che si sta facendo e con gli occhi bendati. Questo dovrebbero impararlo in primis le persone comuni, perchè è troppo facile dire che ètuttacolpadelsistema. Il sistema alla fin fine, questa roba astratta e sconosciuta di cui amiamo riempirci sempre la bocca, siamo noi. Non c'è cattivo della situazione che tenga, non c'è colosso industriale o politico potente che possa, davanti a dei pensieri consapevoli e critici. Perciò il cambiamento è in nostro potere, ogni attimo e in ogni situazione.
domenica 17 ottobre 2010
Ecco ciò che penso di tv, social network e altre manifestazioni iperboliche di sé.
Per Sabina vivere nella verità, non mentire né a se stessi né agli altri, è possibile soltanto a condizione di vivere senza pubblico. Nell'istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità. Avere un pubblico, pensare a un pubblico, significa vivere nella menzogna. Sabina disprezza la letteratura nella quale gli autori rivelano ogni piega intima di se stessi e dei loro amici. L'uomo che perde la propria intimità perde tutto, pensa tra sé Sabina. E l'uomo che se ne sbarazza di sua spontanea volontà è un mostro. Per questo Sabina non soffre per nulla di dover tenere nascosto il proprio amore. Al contrario, solo in quel modo può vivere nella verità.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere
Kundera lo chiamava il piccolo dizionario delle parole franitese: una serie di concetti, espressioni, modi di vivere e pensare che possono essere intesi in modi completamente diversi dalle persone. Così per qualcuno agire ha senso solo se qualcuno ci sta osservando, se abbiamo l'approvazione del circondario , o almeno qualche cenno di assenso. Perciò quando si fa qualcosa, si cercano occhi esterni posati su di noi. Finendo così per dimenticarCI e per diventare dei piccoli attori su un palcoscenico, in cui gli spettatori ci danno dei voti.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere
Kundera lo chiamava il piccolo dizionario delle parole franitese: una serie di concetti, espressioni, modi di vivere e pensare che possono essere intesi in modi completamente diversi dalle persone. Così per qualcuno agire ha senso solo se qualcuno ci sta osservando, se abbiamo l'approvazione del circondario , o almeno qualche cenno di assenso. Perciò quando si fa qualcosa, si cercano occhi esterni posati su di noi. Finendo così per dimenticarCI e per diventare dei piccoli attori su un palcoscenico, in cui gli spettatori ci danno dei voti.
venerdì 24 settembre 2010
Quando un cane è d'oro...
...Provare per credere! Tito, Drupi, Elia e Marie sono solo alcuni dei cani che hanno più bisogno di una casa, perchè non più giovincelli ma sono anche pronti ad un'adozione visti il buon lavoro svolto da molto tempo coi volontari e i responsabili del canile e le loro ottime attitudini (sono ben socializzati con le persone e gli altri cani e non hanno nessun tipo di disturbo comportamentale). Loro, e tanti altri, si trovano al canile rifugio Paquito, a Fontaneto d'Agogna. http://www.canilerifugiopaquito.com/
Tito (e i massaggi...)
Drupi (ADOTTATO!!!!!!)
Elia e Marie
Tito (e i massaggi...)
Drupi (ADOTTATO!!!!!!)
Elia e Marie
Monologhi interiori pt.2
J: sai cosa ti direi? Continua a cercare. Continua a cercarti. Cercati tra le mille cose che fai, cercati tra le persone e i loro sguardi, tra le circostanze fortuite che la vita ti regala, ma anche tra i momenti di solitudine, di silenzio, di vuoto. Non trascurare nessun luogo, nessun momento.
S:non so cosa cercare. Come posso cercare qualcosa se non so che cosa sia?
J:se sapessi cosa cercare la tua ricerca non avrebbe più senso di essere tale. Sarebbe la meta, sarebbe il ritrovamento. Non trovi?
S:ma cercare qualcosa che non ha nome, che non ha volto, che non ha consistenza è come andare alla cieca. Le possibilità di riuscirci sono tendenti allo zero assoluto.
J:la pienezza non ha nome, né volto, né consistenza. Perché è quella che stai cercando, non è forse così?
S:io cerco il vuoto e la completezza allo stesso tempo, l'amore e la solitudine, la presenza e la mancanza. Cerco la possibilità di non abbattere le contraddizioni. Cerco clemenza verso me stessa, cerco comprensione e allo stesso tempo inflessibilità. Cerco la capacità di dire no e di esserne felice, cerco l'umiltà dell'ignorare che va verso la conoscenza.
J:ti sento cambiata. Sento che ora sai prenderti per mano, e parlarti. Prima cercavi gli altri per riuscirci. Ora ti basterebbe un po' di silenzio per avere un profondo dialogo con te stessa.
S:non so se sia davvero così. So che se non ti vuoi fermare, devi avere il coraggio di attraversare tutte le contraddizioni, viverle fino in fondo, succhiare loro il midollo, senza paura di esserne annientato. Se non lo vuoi davvero, niente ti annienterà, mai.
J:si sono ribaltati i ruoli, forse? Tu sei il maestro, il consigliere, il saggio, e io l'ascoltatore, l'allievo maldestro?
S:tu sei sempre stato entrambe le cose, come del resto io. Il dialogo è una finzione che hai creato tu, lo sai vero? In realtà io e te siamo la stessa persona. Io avevo soltanto bisogno di far dire a qualcun altro certe parole che pensavo non mi potessero appartenere. Ma sono sempre state mie, e io sono sempre stata coraggiosa. Solo che non me ne rendevo conto.
J:già. Tu sei il maestro e l'allievo allo stesso tempo, lo sarai sempre nella tua vita. Ci saranno sempre dei momenti in cui insegnerai e altri in cui starai in silenzio ad ascoltare. E non ti devi stupire delle contraddizioni. La vita stessa lo è. Il punto è saper vedere al di là. Ricordi? La linea sottile, il velo al di là del quale troverai te stesso? Tutto è già compreso in te. Tu sei nato completo. Non devi cercare nulla di esterno.
S: e allora perché ci affanniamo tanto a riempirci la vita di cose, persone e circostanze?
J: perché senza quelle cose, persone e circostanze, la pienezza del nostro essere rimarrebbe solo un potenziale, rimarrebbe inespressa, non vissuta, assopita. Ma il traguardo, la completezza, non sono lontani e immaginati. Sono la nostra essenza. Scoprili, dai loro la possibilità di esprimersi.
S:non so cosa cercare. Come posso cercare qualcosa se non so che cosa sia?
J:se sapessi cosa cercare la tua ricerca non avrebbe più senso di essere tale. Sarebbe la meta, sarebbe il ritrovamento. Non trovi?
S:ma cercare qualcosa che non ha nome, che non ha volto, che non ha consistenza è come andare alla cieca. Le possibilità di riuscirci sono tendenti allo zero assoluto.
J:la pienezza non ha nome, né volto, né consistenza. Perché è quella che stai cercando, non è forse così?
S:io cerco il vuoto e la completezza allo stesso tempo, l'amore e la solitudine, la presenza e la mancanza. Cerco la possibilità di non abbattere le contraddizioni. Cerco clemenza verso me stessa, cerco comprensione e allo stesso tempo inflessibilità. Cerco la capacità di dire no e di esserne felice, cerco l'umiltà dell'ignorare che va verso la conoscenza.
J:ti sento cambiata. Sento che ora sai prenderti per mano, e parlarti. Prima cercavi gli altri per riuscirci. Ora ti basterebbe un po' di silenzio per avere un profondo dialogo con te stessa.
S:non so se sia davvero così. So che se non ti vuoi fermare, devi avere il coraggio di attraversare tutte le contraddizioni, viverle fino in fondo, succhiare loro il midollo, senza paura di esserne annientato. Se non lo vuoi davvero, niente ti annienterà, mai.
J:si sono ribaltati i ruoli, forse? Tu sei il maestro, il consigliere, il saggio, e io l'ascoltatore, l'allievo maldestro?
S:tu sei sempre stato entrambe le cose, come del resto io. Il dialogo è una finzione che hai creato tu, lo sai vero? In realtà io e te siamo la stessa persona. Io avevo soltanto bisogno di far dire a qualcun altro certe parole che pensavo non mi potessero appartenere. Ma sono sempre state mie, e io sono sempre stata coraggiosa. Solo che non me ne rendevo conto.
J:già. Tu sei il maestro e l'allievo allo stesso tempo, lo sarai sempre nella tua vita. Ci saranno sempre dei momenti in cui insegnerai e altri in cui starai in silenzio ad ascoltare. E non ti devi stupire delle contraddizioni. La vita stessa lo è. Il punto è saper vedere al di là. Ricordi? La linea sottile, il velo al di là del quale troverai te stesso? Tutto è già compreso in te. Tu sei nato completo. Non devi cercare nulla di esterno.
S: e allora perché ci affanniamo tanto a riempirci la vita di cose, persone e circostanze?
J: perché senza quelle cose, persone e circostanze, la pienezza del nostro essere rimarrebbe solo un potenziale, rimarrebbe inespressa, non vissuta, assopita. Ma il traguardo, la completezza, non sono lontani e immaginati. Sono la nostra essenza. Scoprili, dai loro la possibilità di esprimersi.
lunedì 13 settembre 2010
ancora pensieri altrui...
Ciò che succede, succede per una necessità,
una penosa inquietudine, un desiderio straziante.
Ogni necessità reca anche ciò che è necessario.
Il dolore porta con sé la cura, come un bimbo.
Una volta qualcuno domandò a un grande maestro cosa fosse il Sufismo:
"Il sentimento di gioia di fronte a un'improvvisa delusione".
Non disperate per ciò che non accade.
A volte quel che non accade ci salva dalle catastrofi che potrebbero accadere.
Rumi
una penosa inquietudine, un desiderio straziante.
Ogni necessità reca anche ciò che è necessario.
Il dolore porta con sé la cura, come un bimbo.
Una volta qualcuno domandò a un grande maestro cosa fosse il Sufismo:
"Il sentimento di gioia di fronte a un'improvvisa delusione".
Non disperate per ciò che non accade.
A volte quel che non accade ci salva dalle catastrofi che potrebbero accadere.
Rumi
venerdì 10 settembre 2010
mercoledì 8 settembre 2010
Su il punto e l'a capo
Stavo pensando quanto a volte sia necessario tirare un punto a capo.
Anche solo metaforicamente o simbolicamente, senza necessità di gesti clamorosi. Abbandonare qualcosa, cancellare, perdere un'abitudine. Non importa se poi in qualche modo quel qualcosa lascia una scia dentro di te e inconsapevolmente continui a essere quello di allora. L'importante, per me, è sentire quella necessità. Necessità di cambiare idea, smontare presupposti, dimostrare a me stessa che posso essere anche altro da quello che sono sempre stata. In fondo non conta cosa stai abbandonando e cosa vai cercando: è la capacità di ricominciare a inventare che ha valore.
Anche solo metaforicamente o simbolicamente, senza necessità di gesti clamorosi. Abbandonare qualcosa, cancellare, perdere un'abitudine. Non importa se poi in qualche modo quel qualcosa lascia una scia dentro di te e inconsapevolmente continui a essere quello di allora. L'importante, per me, è sentire quella necessità. Necessità di cambiare idea, smontare presupposti, dimostrare a me stessa che posso essere anche altro da quello che sono sempre stata. In fondo non conta cosa stai abbandonando e cosa vai cercando: è la capacità di ricominciare a inventare che ha valore.
domenica 5 settembre 2010
"L’arroganza del mondo industriale moderno non riconosce la validità della fede in un universo compassionevole dove l’essere umano è parte intima della natura, e a quest’ultima profondamente legato. In India ci siamo appena trasformati in un Paese che ha ripudiato gli usi antichi sostituendoli con quelli moderni, che lasciano poco spazio ai poveri, all’ambiente o alle generazioni future. La scienza senza moralità ci riconduce a un’affermazione del direttore del macello di Kerala, il quale disse che le mucche devono essere uccise a colpi di martello per produrre carne più tenera. Piccioni, conigli, rane, ratti e lombrichi devono essere aperti vivi per soddisfare la curiosità dei quattordicenni, in modo che essi possano imparare velocemente a essere insensibili e adattarsi così al mondo moderno.
Ma quanto durerà questo mondo moderno? Se un centinaio di specie possono sparire in un mese, se le tigri hanno solo cinque anni di vita, a questo ritmo di uccisioni, quanto tempo abbiamo noi? Cosa ci faccio con un macchinone o con una casa in marmo se durante il processo di estrazione dei metalli per quella macchina e la distruzione delle montagne per quel marmo, la mia acqua e la mia aria diventeranno inutilizzabili? Eknath Easwaran dice che un Paese dovrebbe essere misurato non in base al suo prodotto nazionale lordo, ma in base alla sua grande filosofia nazionale, che mantiene sani e felici i propri cittadini.
Guardate negli occhi una capra che aspetta il suo turno per essere uccisa, ascoltate le urla del maiale quando viene infilzato. Fermatevi, e sentirete il battito del cuore del cervo a cui si dà la caccia, ascolterete il pianto del branco quando il bracconiere uccide un elefante. Ci vollero settanta pallottole per uccidere Bir Bahadur, l’elefante dell’Andaman, che fu cacciato e ucciso semplicemente perché si rifiutava di tirare i tronchi e, come affermò il dipartimento per le foreste, “era di cattivo esempio per gli altri elefanti”.
Trasformo il mio dolore e la mia rabbia in lavoro, fino a dire che il benessere animale è la chiave del benessere umano, che la compassione è una filosofia economica. Tengo piccole e grandi lezioni. Questa estate è stata molto calda, e milioni di uccelli sono morti a causa del caldo e della mancanza d’acqua. Questo è anche il periodo dei cocomeri. Ho detto a mio figlio che non avremmo mangiato cocomeri, ma li avremmo lasciati fuori a disposizione per gli uccelli. Abbiamo avuto centinaia di uccelli nel nostro piccolo giardino. È stata una gioia guardarli; ci hanno portato in dono i semi degli alberi, che ho messo nei vasi e distribuito ai vicini. Il nostro giardino è così pieno di alberi che abbiamo una temperatura molto più fresca di qualsiasi altra casa che conosco. Ho avuto la mia ricompensa nel canto degli uccelli e l’ho avuta nel veder maturare mio figlio. L’abuso degli animali e il degrado ambientale non sono mali necessari. Nessun male è necessario. Il male è presente fintanto che noi lo alimentiamo, dal momento in cui creiamo una connessione tra ciò che sappiamo e come ci comportiamo, il male crolla." Maneka Gandhi
(se volete leggere l'articolo intero: http://www.fiorigialli.it/dossier/view/7_lecologia-in-pratica/1147_il-benessere-animale-e-benessere-umano )
A volte penso che per agire, agire davvero, è necessario essere davvero molto molto incazzati. E perciò voglio tenermi la mia rabbia, ogni volta in cui penso a quante cose pessime succedono, e non farmela passare tanto facilmente. La rabbia è l'inizio di una presa di posizione, senza quella non si decide né si esce da convenzioni e abitudini consolidate. Perciò, spero di non lasciarmi distrarre mai dalla mia rabbia. Spero di riuscire a convogliarla in azioni e scelte. Spero di non scivolare mai nell'apatia e nella noncuranza.
Ma quanto durerà questo mondo moderno? Se un centinaio di specie possono sparire in un mese, se le tigri hanno solo cinque anni di vita, a questo ritmo di uccisioni, quanto tempo abbiamo noi? Cosa ci faccio con un macchinone o con una casa in marmo se durante il processo di estrazione dei metalli per quella macchina e la distruzione delle montagne per quel marmo, la mia acqua e la mia aria diventeranno inutilizzabili? Eknath Easwaran dice che un Paese dovrebbe essere misurato non in base al suo prodotto nazionale lordo, ma in base alla sua grande filosofia nazionale, che mantiene sani e felici i propri cittadini.
Guardate negli occhi una capra che aspetta il suo turno per essere uccisa, ascoltate le urla del maiale quando viene infilzato. Fermatevi, e sentirete il battito del cuore del cervo a cui si dà la caccia, ascolterete il pianto del branco quando il bracconiere uccide un elefante. Ci vollero settanta pallottole per uccidere Bir Bahadur, l’elefante dell’Andaman, che fu cacciato e ucciso semplicemente perché si rifiutava di tirare i tronchi e, come affermò il dipartimento per le foreste, “era di cattivo esempio per gli altri elefanti”.
Trasformo il mio dolore e la mia rabbia in lavoro, fino a dire che il benessere animale è la chiave del benessere umano, che la compassione è una filosofia economica. Tengo piccole e grandi lezioni. Questa estate è stata molto calda, e milioni di uccelli sono morti a causa del caldo e della mancanza d’acqua. Questo è anche il periodo dei cocomeri. Ho detto a mio figlio che non avremmo mangiato cocomeri, ma li avremmo lasciati fuori a disposizione per gli uccelli. Abbiamo avuto centinaia di uccelli nel nostro piccolo giardino. È stata una gioia guardarli; ci hanno portato in dono i semi degli alberi, che ho messo nei vasi e distribuito ai vicini. Il nostro giardino è così pieno di alberi che abbiamo una temperatura molto più fresca di qualsiasi altra casa che conosco. Ho avuto la mia ricompensa nel canto degli uccelli e l’ho avuta nel veder maturare mio figlio. L’abuso degli animali e il degrado ambientale non sono mali necessari. Nessun male è necessario. Il male è presente fintanto che noi lo alimentiamo, dal momento in cui creiamo una connessione tra ciò che sappiamo e come ci comportiamo, il male crolla." Maneka Gandhi
(se volete leggere l'articolo intero: http://www.fiorigialli.it/dossier/view/7_lecologia-in-pratica/1147_il-benessere-animale-e-benessere-umano )
A volte penso che per agire, agire davvero, è necessario essere davvero molto molto incazzati. E perciò voglio tenermi la mia rabbia, ogni volta in cui penso a quante cose pessime succedono, e non farmela passare tanto facilmente. La rabbia è l'inizio di una presa di posizione, senza quella non si decide né si esce da convenzioni e abitudini consolidate. Perciò, spero di non lasciarmi distrarre mai dalla mia rabbia. Spero di riuscire a convogliarla in azioni e scelte. Spero di non scivolare mai nell'apatia e nella noncuranza.
lunedì 30 agosto 2010
giovedì 26 agosto 2010
"Ho la fortuna di fare quello che mi riempie e pure mi svuota. Sono un recipiente, che si deve versare fino all'ultima riserva di energia per potersi riempire di nuovo. E ogni volta la pienezza è più grande, per aumento della capacità di contenere."
Erri de Luca, Sulla traccia di Nives
Mi sento un pò così, quando finalmente faccio quello che mi piace. Erri parla di montagna, di questa donna, Nives Meroi, che ha scalato undici dei quattordici ottomila grandi giganti del mondo. Lei dice che la montagna è uno dei pochi luoghi che ti costringe a fare i conti con te stesso, perché "guai a te se mentre sali hai altri pensieri, sembra che ti passano solo per la testa, invece te li ritrovi nei polmoni a tagliare il fiato; questo è un posto insaziabile, vuole tutto e spesso neanche basta". Io non sono esperta di montagna, ma quest'idea mi affascina parecchio. E mi sono accorta che vale per ogni cosa: mi piacciono le occasioni che ti permettono di misurarti con te stesso, con le capacità del tuo corpo, con la tua concentrazione, che ti costringono a metterti in discussione. Che sai che, una volta fatte, qualcosa di te hai dovuto abbandonare e qualcosa di nuovo hai acquisito. Mi piace l'idea di farsi cambiare dalle cose, perché in fondo non è vero che è incoerenza e nemmeno vulnerabilità, è desiderio di non fermarsi. Queste sensazioni me le ha date l'arrampicata. All'inizio la rigettavo, mi metteva davanti a tante mie paure, alla mia prudenza cronica, al mio essere cauta. Il vuoto, l'altezza, l'instabilità. Perciò ero un disastro totale, i movimenti impacciati e intrappolati dalla mente. Poi, con estrema lentezza, sentivo che qualcosa si smuoveva. Senza dirlo, senza accorgermene, senza dichiarazioni solenni a me stessa, ho sentito più forza, più sicurezza, ho sentito che le mie mani si muovevano come se finalmente un pò sapessero dove andare. Non mi faceva più paura fare un metro in più, non ero più terrorizzata nel guardare in basso. Era una vertigine conquistata, finalmente, solo da me stessa. Perchè anche lì, non puoi arrampicare se non ti concentri, se non abbandoni un pò di spazzatura giù. Se non acquisti un respiro più o meno regolare, se non pensi con lucidità e fermezza. E così, quando lo riesci a fare, non importa se hai fatto solo cinque metri o anche di meno, ti senti un pò più libero, un pò più tu. Non è una gara con nessuno e tanto meno con te stesso. Almeno, non per me. Non aspiro a chissà che cosa: mi basta semplicemente riuscire a sentirmi come ho appena descritto. Ed è per gli stessi motivi che mi affascina così tanto la montagna, e a cui vorrei dedicare più tempo ed energie.
Erri de Luca, Sulla traccia di Nives
Mi sento un pò così, quando finalmente faccio quello che mi piace. Erri parla di montagna, di questa donna, Nives Meroi, che ha scalato undici dei quattordici ottomila grandi giganti del mondo. Lei dice che la montagna è uno dei pochi luoghi che ti costringe a fare i conti con te stesso, perché "guai a te se mentre sali hai altri pensieri, sembra che ti passano solo per la testa, invece te li ritrovi nei polmoni a tagliare il fiato; questo è un posto insaziabile, vuole tutto e spesso neanche basta". Io non sono esperta di montagna, ma quest'idea mi affascina parecchio. E mi sono accorta che vale per ogni cosa: mi piacciono le occasioni che ti permettono di misurarti con te stesso, con le capacità del tuo corpo, con la tua concentrazione, che ti costringono a metterti in discussione. Che sai che, una volta fatte, qualcosa di te hai dovuto abbandonare e qualcosa di nuovo hai acquisito. Mi piace l'idea di farsi cambiare dalle cose, perché in fondo non è vero che è incoerenza e nemmeno vulnerabilità, è desiderio di non fermarsi. Queste sensazioni me le ha date l'arrampicata. All'inizio la rigettavo, mi metteva davanti a tante mie paure, alla mia prudenza cronica, al mio essere cauta. Il vuoto, l'altezza, l'instabilità. Perciò ero un disastro totale, i movimenti impacciati e intrappolati dalla mente. Poi, con estrema lentezza, sentivo che qualcosa si smuoveva. Senza dirlo, senza accorgermene, senza dichiarazioni solenni a me stessa, ho sentito più forza, più sicurezza, ho sentito che le mie mani si muovevano come se finalmente un pò sapessero dove andare. Non mi faceva più paura fare un metro in più, non ero più terrorizzata nel guardare in basso. Era una vertigine conquistata, finalmente, solo da me stessa. Perchè anche lì, non puoi arrampicare se non ti concentri, se non abbandoni un pò di spazzatura giù. Se non acquisti un respiro più o meno regolare, se non pensi con lucidità e fermezza. E così, quando lo riesci a fare, non importa se hai fatto solo cinque metri o anche di meno, ti senti un pò più libero, un pò più tu. Non è una gara con nessuno e tanto meno con te stesso. Almeno, non per me. Non aspiro a chissà che cosa: mi basta semplicemente riuscire a sentirmi come ho appena descritto. Ed è per gli stessi motivi che mi affascina così tanto la montagna, e a cui vorrei dedicare più tempo ed energie.
giovedì 19 agosto 2010
giovedì 12 agosto 2010
lunedì 9 agosto 2010
Accostamenti
lunedì 2 agosto 2010
sabato 24 luglio 2010
Sul vuoto e sulle "cose e persone".
Stavo pensando come spesso si rifugga il vuoto. In ogni modo, con ogni mezzo.
Ci si butta a capofitto in mille situazioni, circostanze, rapporti, cose da fare, e via dicendo. Si tenta a tutti i costi di fuggire dalla mancanza, dall'inutilità e dalla solitudine. E' una continua corsa, perché stare soli, avere quel maledetto tempo per pensare e per pensarsi, terrorizza. Si continua ostinatamente a creare finti problemi, a nutrirsi di piccole bugie quotidiane, a fuggire se stessi. Tanto che, alla fine, ci si perde davvero in mezzo alle "cose e alle persone".
Fino a chiederti quanto di tuo ci sia veramente in ciò che fai e che dici, se sono davvero tue quelle parole e quelle azioni, o forse il riflesso della miriade di "cose e persone" di cui ami circondarti in ogni attimo libero.
Ma poi, arriva un momento in cui, sovrastato dal tutto che vai cercando, ti accorgi che in realtà ne sei sempre più distante. Sei distante da te stesso. E allora il vuoto attorno diventa la via necessaria per ritrovarti (o forse per trovarti per la prima volta).
Tutto ciò che ora è necessario è ciò che prima fuggivo; tutto ciò che ora fuggo è ciò che prima rincorrevo incessantemente.
Ci si butta a capofitto in mille situazioni, circostanze, rapporti, cose da fare, e via dicendo. Si tenta a tutti i costi di fuggire dalla mancanza, dall'inutilità e dalla solitudine. E' una continua corsa, perché stare soli, avere quel maledetto tempo per pensare e per pensarsi, terrorizza. Si continua ostinatamente a creare finti problemi, a nutrirsi di piccole bugie quotidiane, a fuggire se stessi. Tanto che, alla fine, ci si perde davvero in mezzo alle "cose e alle persone".
Fino a chiederti quanto di tuo ci sia veramente in ciò che fai e che dici, se sono davvero tue quelle parole e quelle azioni, o forse il riflesso della miriade di "cose e persone" di cui ami circondarti in ogni attimo libero.
Ma poi, arriva un momento in cui, sovrastato dal tutto che vai cercando, ti accorgi che in realtà ne sei sempre più distante. Sei distante da te stesso. E allora il vuoto attorno diventa la via necessaria per ritrovarti (o forse per trovarti per la prima volta).
Tutto ciò che ora è necessario è ciò che prima fuggivo; tutto ciò che ora fuggo è ciò che prima rincorrevo incessantemente.
giovedì 22 luglio 2010
martedì 20 luglio 2010
Racconti di montagna sotto il sole di luglio, e ciò che ne consegue...
Quando il capitano, alle ore piccole, andava a dormire, Anton usciva sul ponte e si appoggiava coi gomiti al parapetto. Respirava l'odore rancido del grasso che aleggiava sopra la nave e vomitava il rum lasciandolo svanire nella schiuma delle onde. Una volta alleggeritosi della sua bevuta serale, si asciugava il sudore della fronte e si sedeva un po' fiacco sulla bitta più vicina a contemplare il mare. La notte nordica era chiara e incantata. Il mare gli pareva ancora più sconfinato che di giorno e aveva come la sensazione che una particella di quell'immensità si trasferisse nel suo spirito. Seduto sulla bitta, Anton dimenticava se stesso. Si lasciva rapire, senza neanche rendersene conto, da quella distesa sterminata e si abbandonava al ritmo delle onde, senza più sapere da dove veniva e dove andava. Era come purificato da ogni pensiero, nella leggera ebrezza del rum del capitano Olsen e della notte luminosa. In quei momenti Anton si sentiva più vicino a se stesso di quanto non lo fosse mai stato. Libero dai camuffamenti di cui volentieri lo rivestivano i suoi sogni, fuori dal mondo immaginario che lo circondava, del tutto vicino a ciò che è quasi irraggiungibile: la piena consapevolezza. I sensi rivolti all'interno di se stesso, diventava insensibile al mondo esterno. Da quello stato di estasi scivolava il più delle volte in un sonno profondo e senza sogni.
Jon Riel, Lo zigolo delle nevi
Ne consegue che a volte il troppo rifugiarsi nei sogni è deleterio, è un modo mascherato di fuggire da qualcosa d'altro...e invece quando si gode di qualcosa di reale, di concreto, della materia quasi, tutto acquista un altro sapore. Di sicuro meno sognante e idilliaco, ma certamente più vero: qualcosa che senti appartenere di più a te, a te soltanto, e non a quello spazio etereo e inconsistente creato dalla tua fantasia. A nutrire troppo la fantasia, a volte ci si scorda di ciò che si ha davanti agli occhi.
Jon Riel, Lo zigolo delle nevi
Ne consegue che a volte il troppo rifugiarsi nei sogni è deleterio, è un modo mascherato di fuggire da qualcosa d'altro...e invece quando si gode di qualcosa di reale, di concreto, della materia quasi, tutto acquista un altro sapore. Di sicuro meno sognante e idilliaco, ma certamente più vero: qualcosa che senti appartenere di più a te, a te soltanto, e non a quello spazio etereo e inconsistente creato dalla tua fantasia. A nutrire troppo la fantasia, a volte ci si scorda di ciò che si ha davanti agli occhi.
martedì 13 luglio 2010
lunedì 12 luglio 2010
Mao inaugura
lunedì 5 luglio 2010
Sull'irrealtà dell'estate
L'estate mi inganna, lo ha sempre fatto. Confonde le mie percezioni sotto l'illusione di una luce eternamente presente e ideale. Confonde i doveri con i piaceri. Mi fa essere ovunque e allo stesso tempo in nessun posto: sono in ogni luogo, ma solo in quelli della mente, del sogno, della fantasia. Mi accorgo che i luoghi concreti sono soltanto attraversati, in modo fugace e repentino. Ma sono abbandonati in fretta, la luce li spazza via e rimane solo il dubbio...di vivere nel mio mondo, quello più perfetto di tutti gli altri, ma anche il più ingannevole. I passi miei, quelli verso le cose in cui credo di più, sono più forti e decisi in quel mondo. Nessuno mi sbarra la strada. Nessuno mi dice che non si può fare, che non accadrà, che la realtà è un'altra. Così io, ostinatamente e con un ghigno compiaciuto, volto le spalle a quella realtà fatta di gambe tremolanti e passi incerti, fatta di sospetto e di delusione. Così,e soltanto così, riesco a muovere i passi sicuri verso il mondo più reale di tutti: quello fatto di verità e passioni, di voglia di credere e prepotenza di portare avanti quelle credenze. Perchè ormai, forse, il coraggio non basta più. Ci vuole ostinazione crescente, a ogni sconfitta e rallentamento, ci vuole più convinzione di prima.
Ma non ero partita dall'estate? Sapevo che avrei divagato.
Ma non ero partita dall'estate? Sapevo che avrei divagato.
sabato 19 giugno 2010
Pars destruens
Mi piace demolire.
Trovo produttivo smontare, abbattere convinzioni e pilastri ideologici, finte sicurezze. Ovunque. Si annidano in ogni ambito quotidiano, nella nostra mente desiderosa di punti fermi anche se palesemente illusori, nelle nostre abitudini, nelle nostre tradizioni millenarie. Ogni gruppo o individuo, per definizione, ha bisogno di due cose per darsi un'identità: delle peculiarità interne e dei confini con l'esterno, dei metodi di differenziazione dagli Altri. Riflettendo su queste questioni, molti filosofi e studiosi di ogni tempo si sono soffermati sulla questione della Barbarie (Montaigne, Kant, Darwin, Erodoto, Herder..) Non sono barbari i costumi, le usanze particolari ed esotiche ai nostri occhi. Barbaro è il giudizio. Barbari siamo noi tutti ogni qualvolta tentiamo di mettere paletti identitari fasulli, ogni volta che giudichiamo gli altri, ogni volta che aderiamo in maniera acritica e incondizionata ai nostri costumi. Ogni volta che diamo a quei costumi, socialmente e storicamente costruiti, una parvenza di naturalezza, sottraendoli al flusso culturale che li ha prodotti, alla nostra cosciente opera di costruzione. Se barbari siamo noi tutti, allora, cadono quei presupposti di superiorità. Barbari siamo noi occidentali come i Pigmei Bambuti del Congo. Barbari siamo tutti noi, quando difendiamo ad oltranza le nostre costruzioni culturali dalla minaccia dell'anonimato e della molteplicità.
Mi piace quel tipo di ragionamento volto a mettere in crisi, a rimescolare le carte, a demolire. Perchè se non lo facciamo costantemente, saremo sempre dei prigionieri inconsapevoli di esserlo. Prigionieri di ideologie preconfezionate, di slogan politici, di scappatoie comode. Invece pensare, leggere, essere diffidenti, andare alla ricerca, spesso nei posti più impensati.
Un esempio è come anche l'ambito della malattia e della cura sia estremamente legato al contesto culturale, tant'è che se un immigrato senegalese presenta certi disturbi, probabilmente non guarisce applicandogli la stessa cura che per noi sarebbe consona. Assurdità, ci verrebbe da dire: la malattia è studiata dalla scienza, noi abbiamo i presupposti universali per curare. Invece agiscono molteplici fattori: il vissuto personale di queste persone, come le loro culture elaborano la sofferenza e come viene incanalata, i modi per definire la persona. Come le esperienze della trance e della possessione in certi contesti siano gli unici metodi efficaci per evitare che la sofferenza individuale deragli in follia, e come allo stesso modo queste esperienze costituiscano dei sistemi molto potenti per assicurare la continuità generazionale, la memoria collettiva, la costituzione di un sapere che rende la persona consapevole di sé e del proprio corpo. L'etnopiscologia ci insegna a relativizzare le nostre categorie anche in ambito piscologico, scientifico, medico, per dimostrare come la scienza occidentale sia solo uno tra i modi socialmente utilizzati ed efficaci.
Trovo produttivo smontare, abbattere convinzioni e pilastri ideologici, finte sicurezze. Ovunque. Si annidano in ogni ambito quotidiano, nella nostra mente desiderosa di punti fermi anche se palesemente illusori, nelle nostre abitudini, nelle nostre tradizioni millenarie. Ogni gruppo o individuo, per definizione, ha bisogno di due cose per darsi un'identità: delle peculiarità interne e dei confini con l'esterno, dei metodi di differenziazione dagli Altri. Riflettendo su queste questioni, molti filosofi e studiosi di ogni tempo si sono soffermati sulla questione della Barbarie (Montaigne, Kant, Darwin, Erodoto, Herder..) Non sono barbari i costumi, le usanze particolari ed esotiche ai nostri occhi. Barbaro è il giudizio. Barbari siamo noi tutti ogni qualvolta tentiamo di mettere paletti identitari fasulli, ogni volta che giudichiamo gli altri, ogni volta che aderiamo in maniera acritica e incondizionata ai nostri costumi. Ogni volta che diamo a quei costumi, socialmente e storicamente costruiti, una parvenza di naturalezza, sottraendoli al flusso culturale che li ha prodotti, alla nostra cosciente opera di costruzione. Se barbari siamo noi tutti, allora, cadono quei presupposti di superiorità. Barbari siamo noi occidentali come i Pigmei Bambuti del Congo. Barbari siamo tutti noi, quando difendiamo ad oltranza le nostre costruzioni culturali dalla minaccia dell'anonimato e della molteplicità.
Mi piace quel tipo di ragionamento volto a mettere in crisi, a rimescolare le carte, a demolire. Perchè se non lo facciamo costantemente, saremo sempre dei prigionieri inconsapevoli di esserlo. Prigionieri di ideologie preconfezionate, di slogan politici, di scappatoie comode. Invece pensare, leggere, essere diffidenti, andare alla ricerca, spesso nei posti più impensati.
Un esempio è come anche l'ambito della malattia e della cura sia estremamente legato al contesto culturale, tant'è che se un immigrato senegalese presenta certi disturbi, probabilmente non guarisce applicandogli la stessa cura che per noi sarebbe consona. Assurdità, ci verrebbe da dire: la malattia è studiata dalla scienza, noi abbiamo i presupposti universali per curare. Invece agiscono molteplici fattori: il vissuto personale di queste persone, come le loro culture elaborano la sofferenza e come viene incanalata, i modi per definire la persona. Come le esperienze della trance e della possessione in certi contesti siano gli unici metodi efficaci per evitare che la sofferenza individuale deragli in follia, e come allo stesso modo queste esperienze costituiscano dei sistemi molto potenti per assicurare la continuità generazionale, la memoria collettiva, la costituzione di un sapere che rende la persona consapevole di sé e del proprio corpo. L'etnopiscologia ci insegna a relativizzare le nostre categorie anche in ambito piscologico, scientifico, medico, per dimostrare come la scienza occidentale sia solo uno tra i modi socialmente utilizzati ed efficaci.
giovedì 3 giugno 2010
Memorie di (in)civiltà
Il Requierimento è il documento letto per la prima volta agli abitanti delle Isole Antille, nel 1514, ( e poi ogni qualvolta i conquistatori si imbattevano nei locali) per legittimare la Conquista spagnola. Alla faccia di uno stato civile, questo scritto è stato prodotto da giuristi e teologi, insomma persone delle più istruite, per fornire un fondamento "legale" a quella che è stata alla fine un'opera immensa di distruzione, come solo noi sappiamo fare. E il tutto in nome della nostra superiorirà morale, politica, economica e soprattutto religiosa. Ma il Cinquecento non veniva dopo il Medioevo? Credo che sia necessario relativizzare lo splendore di certi periodi storici. Non solo l'epoca delle scoperte, dell'arte, della ragione: anche l'epoca della Barbarie. E così ogni epoca. Non c'è progresso reale, finchè si vuole assoggettare e distruggere l'Altro. Le parole di cui la nostra filosofia si riempie la bocca, svaniscono come neve al sole.
Ripropongo alcune parti del documento sopra citato. Anche se sembra una barzelletta, è stato letto a migliaia di indigeni legati, torturati, terrorizzati mentalmente dall'impatto dei conquistatori. L'impressione è che gli stessi principi di superiorità e violenza si ripropongano oggi, anche se la forma è mutata. Il 2010 come il 1514. La storia è circolare. Siamo noi a volerla così. Forse il progresso reale ci terrorizza.
"Da parte del re Don Ferdinando, e di Donna Giovanna, sua figlia, regina di Castiglia e Léon, di Aragona, delle Due Sicilie [...] dominatori delle nazioni barbare, noi loro servitori Vi notifichiamo e rendiamo noto al meglio delle nostre possibilità, che il Signore nostro Dio, Eterno creatore del Cielo e della Terra e di un uomo e una [[Eva donna] di cui voi e noi, tutti gli uomini della Terra fummo e siamo discendenti, a di tutti quelli che verranno dopo di noi. Ma, in conseguenza delle moltitudini che sono scaturite da quest’ uomo e donna originari nei cinquemila anni da quando il mondo è stato creato, fu necessario che alcuni uomini andassero in una direzione e altri in altre, e che essi si dividessero in molti regni e province, poiché in uno soltanto non avrebbero potuto sostentarsi.
Di tutte queste nazioni Dio nostro Signore dette incarico a un uomo, di nome S. Pietro, che fosse il Signore e Superiore di tutti gli uomini nel mondo, acciocché tutti lo obbedissero e che egli dovesse essere il capo dell’intera razza umana, dovunque gli uomini vivessero e sotto qualunque legge, setta o credo essi dovessero porsi; ed egli gli dette il mondo come suo regno e giurisdizione.
Ed egli gli ordinò di collocare in Roma la sua sede, come il luogo più adatto a governare il mondo; ma gli permise anche di avere la propria sede in ogni altra parte del mondo, e di giudicare e governare tutti i Cristiani, Mori, Ebrei, Gentili e ogni altra setta. Questo uomo si chiamò Papa, cioè a dire, Padre Grande e meraviglioso e Governatore degli uomini. Gli uomini che vissero in quel tempo obbedirono a S. Pietro e lo riconobbero per loro Signore, Re e Superiore nell’universo; e allo stesso modo essi riconobbero gli altri che in seguito sono stati eletti al Pontificato, e così le cose sono continuate fino al presente e continueranno fino alla fine del mondo.
Uno di questi pontefici, che succedette a quel S. Pietro come Signore del mondo, nella dignità e nella sede che ho prima menzionato, fece dono di queste isole e Terra ferma al sopra menzionato Re e Regina e ai loro successori, nostri signori, con tutto ciò che in questi territori si trova, come è descritto in certi scritti che sono stati composti sull’argomento e che potete vedere se lo desiderate.
Così le loro Altezze sono Re e Signori di queste isole e terre di Terra ferma in virtù di questa donazione: e alcune isole e in verità quasi tutti coloro ai quali ciò è stato notificato hanno ricevuto e servito le loro Altezze come signori e re al modo in cui i sudditi debbono fare, con buona volontà, senza alcuna resistenza, immediatamente e senza indugio, quando sono stati informati dei fatti sopra menzionati.
Ed essi hanno inoltre ricevuto e obbedito i preti che le loro Altezze inviarono per predicare alla loro volta a insegnare loro la nostra Santa Fede; e tutti questi, di loro spontanea volontà, senza ricompensa o condizione, sono divenuti Cristiani e tali sono, e le loro Altezze li hanno benignamente e gioiosamente accolti, e hanno inoltre ordinato che fossero trattati come loro sudditi e vassalli; e anche voi siete tenuti e obbligati a fare lo stesso. Perciò noi chiediamo, come meglio possiamo, e richiediamo a voi che consideriate ciò che vi è stato detto e prendiate il tempo che vi è necessario per comprendere e deliberare in merito, e che riconosciate la Chiesa come Governante e Superiore del mondo intero, e il sommo sacerdote chiamato Papa, e in suo nome il Re e la Donna Giovanna nostri signori, in sua vece, come superiori e signori di queste isole e di questa Terra Ferma in virtù della detta donazione, e che consentiate e diate luogo che questi padri religiosi debbano dichiarare e predicare alla vostra volta la sopradetta parola.
Se farete in questo modo, farete bene e ciò che voi siete obbligati a fare nei confronto delle loro Altezze, e noi in loro nome vi riceveremo con tutto l’amore e la carità e vi lasceremo, con le vostri mogli e figli e terre, liberi, senza servitù, sì che voi possiate disporre di essi e di voi stessi liberamente e nel modo che vi piaccia e riteniate meglio, ed essi non vi costringeranno a farvi Cristiani, a meno che voi stessi, una volta informati della verità, non vogliate convertirvi alla nostra Santa Fede Cattolica, come quasi tutti gli abitanti delle restanti isole hanno fatto. E, oltre a questo, le loro Altezze vi accordano molti privilegi ed esenzioni e vi conferiranno molti benefici.
Ma, se voi non fate questo e con malizia frapponete ritardi, io vi dichiaro che, con l’aiuto di Dio, noi faremo ingresso con la forza nel vostro paese e vi faremo guerra in tutti i modi e maniere che potremo e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza della Chiesa e delle loro Altezze; vi prenderemo le vostre mogli e figli e ne faremo degli schiavi e come tali li venderemo e ne disporremo come vogliano ordinare le loro Altezze, e vi prenderemo i vostri beni e vi faremo tutto il male e i danni che possiamo, come a vassalli che non obbediscono e rifiutano di riconoscere il loro Signore, e gli resistano e lo contraddicano; e dichiariamo che le morti e le perdite che da questo deriveranno sono vostra colpa e non delle loro Altezze o nostre, né dei cavalieri che vengono con noi. E che noi abbiamo pronunciato la presente dichiarazione e fatta la presente Richiesta, chiediamo che il notaio qui presente ci dia la sua testimonianza scritta, e chiediamo che tutto il resto di coloro che sono presenti siano testimoni di questa Richiesta."
Ripropongo alcune parti del documento sopra citato. Anche se sembra una barzelletta, è stato letto a migliaia di indigeni legati, torturati, terrorizzati mentalmente dall'impatto dei conquistatori. L'impressione è che gli stessi principi di superiorità e violenza si ripropongano oggi, anche se la forma è mutata. Il 2010 come il 1514. La storia è circolare. Siamo noi a volerla così. Forse il progresso reale ci terrorizza.
"Da parte del re Don Ferdinando, e di Donna Giovanna, sua figlia, regina di Castiglia e Léon, di Aragona, delle Due Sicilie [...] dominatori delle nazioni barbare, noi loro servitori Vi notifichiamo e rendiamo noto al meglio delle nostre possibilità, che il Signore nostro Dio, Eterno creatore del Cielo e della Terra e di un uomo e una [[Eva donna] di cui voi e noi, tutti gli uomini della Terra fummo e siamo discendenti, a di tutti quelli che verranno dopo di noi. Ma, in conseguenza delle moltitudini che sono scaturite da quest’ uomo e donna originari nei cinquemila anni da quando il mondo è stato creato, fu necessario che alcuni uomini andassero in una direzione e altri in altre, e che essi si dividessero in molti regni e province, poiché in uno soltanto non avrebbero potuto sostentarsi.
Di tutte queste nazioni Dio nostro Signore dette incarico a un uomo, di nome S. Pietro, che fosse il Signore e Superiore di tutti gli uomini nel mondo, acciocché tutti lo obbedissero e che egli dovesse essere il capo dell’intera razza umana, dovunque gli uomini vivessero e sotto qualunque legge, setta o credo essi dovessero porsi; ed egli gli dette il mondo come suo regno e giurisdizione.
Ed egli gli ordinò di collocare in Roma la sua sede, come il luogo più adatto a governare il mondo; ma gli permise anche di avere la propria sede in ogni altra parte del mondo, e di giudicare e governare tutti i Cristiani, Mori, Ebrei, Gentili e ogni altra setta. Questo uomo si chiamò Papa, cioè a dire, Padre Grande e meraviglioso e Governatore degli uomini. Gli uomini che vissero in quel tempo obbedirono a S. Pietro e lo riconobbero per loro Signore, Re e Superiore nell’universo; e allo stesso modo essi riconobbero gli altri che in seguito sono stati eletti al Pontificato, e così le cose sono continuate fino al presente e continueranno fino alla fine del mondo.
Uno di questi pontefici, che succedette a quel S. Pietro come Signore del mondo, nella dignità e nella sede che ho prima menzionato, fece dono di queste isole e Terra ferma al sopra menzionato Re e Regina e ai loro successori, nostri signori, con tutto ciò che in questi territori si trova, come è descritto in certi scritti che sono stati composti sull’argomento e che potete vedere se lo desiderate.
Così le loro Altezze sono Re e Signori di queste isole e terre di Terra ferma in virtù di questa donazione: e alcune isole e in verità quasi tutti coloro ai quali ciò è stato notificato hanno ricevuto e servito le loro Altezze come signori e re al modo in cui i sudditi debbono fare, con buona volontà, senza alcuna resistenza, immediatamente e senza indugio, quando sono stati informati dei fatti sopra menzionati.
Ed essi hanno inoltre ricevuto e obbedito i preti che le loro Altezze inviarono per predicare alla loro volta a insegnare loro la nostra Santa Fede; e tutti questi, di loro spontanea volontà, senza ricompensa o condizione, sono divenuti Cristiani e tali sono, e le loro Altezze li hanno benignamente e gioiosamente accolti, e hanno inoltre ordinato che fossero trattati come loro sudditi e vassalli; e anche voi siete tenuti e obbligati a fare lo stesso. Perciò noi chiediamo, come meglio possiamo, e richiediamo a voi che consideriate ciò che vi è stato detto e prendiate il tempo che vi è necessario per comprendere e deliberare in merito, e che riconosciate la Chiesa come Governante e Superiore del mondo intero, e il sommo sacerdote chiamato Papa, e in suo nome il Re e la Donna Giovanna nostri signori, in sua vece, come superiori e signori di queste isole e di questa Terra Ferma in virtù della detta donazione, e che consentiate e diate luogo che questi padri religiosi debbano dichiarare e predicare alla vostra volta la sopradetta parola.
Se farete in questo modo, farete bene e ciò che voi siete obbligati a fare nei confronto delle loro Altezze, e noi in loro nome vi riceveremo con tutto l’amore e la carità e vi lasceremo, con le vostri mogli e figli e terre, liberi, senza servitù, sì che voi possiate disporre di essi e di voi stessi liberamente e nel modo che vi piaccia e riteniate meglio, ed essi non vi costringeranno a farvi Cristiani, a meno che voi stessi, una volta informati della verità, non vogliate convertirvi alla nostra Santa Fede Cattolica, come quasi tutti gli abitanti delle restanti isole hanno fatto. E, oltre a questo, le loro Altezze vi accordano molti privilegi ed esenzioni e vi conferiranno molti benefici.
Ma, se voi non fate questo e con malizia frapponete ritardi, io vi dichiaro che, con l’aiuto di Dio, noi faremo ingresso con la forza nel vostro paese e vi faremo guerra in tutti i modi e maniere che potremo e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza della Chiesa e delle loro Altezze; vi prenderemo le vostre mogli e figli e ne faremo degli schiavi e come tali li venderemo e ne disporremo come vogliano ordinare le loro Altezze, e vi prenderemo i vostri beni e vi faremo tutto il male e i danni che possiamo, come a vassalli che non obbediscono e rifiutano di riconoscere il loro Signore, e gli resistano e lo contraddicano; e dichiariamo che le morti e le perdite che da questo deriveranno sono vostra colpa e non delle loro Altezze o nostre, né dei cavalieri che vengono con noi. E che noi abbiamo pronunciato la presente dichiarazione e fatta la presente Richiesta, chiediamo che il notaio qui presente ci dia la sua testimonianza scritta, e chiediamo che tutto il resto di coloro che sono presenti siano testimoni di questa Richiesta."
lunedì 17 maggio 2010
Sulla disobbedienza
Ci pensavo in questi giorni di (forzato) ritiro casalingo: a volte i figli sono, per definizione, un pò la negazione assoluta delle aspirazioni cristallizzate nella mente dei genitori da decenni. Non so se ciò avvenga per una volontà cosciente di contestare, o se sia semplicemente frutto del caso. (O forse entrambe le cose). In ogni caso, capita che a volte la tua identità di figlio si costruisca davanti a uno specchio capovolto in cui, dall'altro lato, ci sono le figure familiari di riferimento. E dopo anni in cui si tenta di raddrizzare lo specchio, arrivano momenti in cui entrambi capiscono che non c'è modo di farlo. Ci si abitua a vedere nell'altro una miriade di cose che non ci corrispondono, fino a chiedersi se quei geni siano davvero gli stessi.
Davvero molto molto buffo.
Davvero molto molto buffo.
giovedì 13 maggio 2010
martedì 11 maggio 2010
Il viaggio e la metamorfosi
Se penso al viaggio con la lettera maiuscola, penso subito a questo: cambiamento. Ma non cambiamento dei modi di vita, delle abitudini, dei contesti; bensì, evoluzione.
Il Viaggio vero è quello che espande i limiti della mente, quello che ti obbliga a rimettere in discussione tutto, a rimescolare ogni carta, a non dare più nulla per scontato, a capire che il tuo modo di vivere è solo uno tra i tanti, niente di più, né di meglio degli altri. Il Viaggio vero è quel sentiero intrapreso con costanza e volontà, coraggio di vedere oltre i tuoi confini. E' quello che ti permette di collocare te stesso in mezzo agli altri, non più al di sopra, non lontano né troppo vicino: ti posiziona in mezzo all'anonimato da cui tenti di fuggire ogni giorno, ma ti fa sentire la realtà che si cela dietro il condividere sempre una parte di te con quell'anonimato.
Ti fa essere sempre diverso e allo stesso tempo uguale a te stesso, ti fa conquistare una piccola parte di conoscenza ad ogni nuovo passo. Il Viaggio è rifiuto dell'ordine, è caos coerente. E' una dimensione sociale e intima allo stesso tempo. E' azzardare di abbandonare porti sicuri ma spesso fintamente accoglienti e reali. E' progettare di non programmare. E' ricerca, senza fine, dentro e attorno a sé. Non già di altri punti fermi, ma della possibilità di riuscire a farne a meno, accontentandosi "semplicemente" di...vivere.
[..."Consider me a satellite, forever orbiting
I knew all the rules, but the rules did not know me"...] E. Vedder, Guaranteed
Il Viaggio vero è quello che espande i limiti della mente, quello che ti obbliga a rimettere in discussione tutto, a rimescolare ogni carta, a non dare più nulla per scontato, a capire che il tuo modo di vivere è solo uno tra i tanti, niente di più, né di meglio degli altri. Il Viaggio vero è quel sentiero intrapreso con costanza e volontà, coraggio di vedere oltre i tuoi confini. E' quello che ti permette di collocare te stesso in mezzo agli altri, non più al di sopra, non lontano né troppo vicino: ti posiziona in mezzo all'anonimato da cui tenti di fuggire ogni giorno, ma ti fa sentire la realtà che si cela dietro il condividere sempre una parte di te con quell'anonimato.
Ti fa essere sempre diverso e allo stesso tempo uguale a te stesso, ti fa conquistare una piccola parte di conoscenza ad ogni nuovo passo. Il Viaggio è rifiuto dell'ordine, è caos coerente. E' una dimensione sociale e intima allo stesso tempo. E' azzardare di abbandonare porti sicuri ma spesso fintamente accoglienti e reali. E' progettare di non programmare. E' ricerca, senza fine, dentro e attorno a sé. Non già di altri punti fermi, ma della possibilità di riuscire a farne a meno, accontentandosi "semplicemente" di...vivere.
[..."Consider me a satellite, forever orbiting
I knew all the rules, but the rules did not know me"...] E. Vedder, Guaranteed
venerdì 7 maggio 2010
Manifesto anti eurocentrico
Su, compagni, è meglio decidere fin da ora di cambiare sponda. La grande notte nella quale fummo immersi, dobbiamo scuoterla e venirne fuori. Il giorno nuovo che già si leva deve trovarci fermi, preparati e risoluti. Dobbiamo lasciar stare i nostri sogni, abbandonare le vecchie credenze e le amicizie di prima della vita. Non perdiamo tempo in sterili litanie o in mimetismi stomachevoli. Lasciamo quest'Europa che non la finisce più di parlare dell'uomo pur massacrandolo ovunque lo incontra,a tutti gli angoli delle sue stesse strade, a tutti gli angoli del mondo.
Sono secoli che l'Europa ha arrestato la progressione degli altri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli che in nome d'una pretesa "avventura spirituale" soffoca la quasi totalità dell'umanità. Guardatela oggi altalenare tra la disintegrazione atomica e la disintegrazione spirituale. [...] L'Europa si è rifiutata ad ogni umiltà, ad ogni modestia, ma anche a ogni sollecitudine, a ogni tenerezza. Non si è mostrata parsimoniosa se non con l'uomo, gretta, carnivora, omicida se non con l'uomo.
[...]
Allora, compagni, il gioco europeo è definitivamente terminato, bisogna trovare altro. [...] Decidiamo di non imitare l'Europa e tendiamo i nostri muscoli e i nostri cervelli in una direzione nuova. Cerchiamo di inventare l'uomo totale che l'Europa è stata incapace di far trionfare.
[...]
L'Occidente ha voluto essere un'avventura dello Spirito. E' in nome dello Spirito, dello spirito europeo si capisce, che l'Europa ha giustificato i suoi crimini e legittimato la schiavitù in cui teneva i quattro quinti dell'umanità.
[...]
Un dialogo permanente con se stessi, un narcisismo sempre più osceno non hanno cessato di preparare il terreno a un semidelirio in cui il lavoro celebrale diventa una sofferenza, non essendo le realtà per nulla quelle dell'uomo che vive, lavora e si fabbrica, ma parole, accozzamenti diversi di parole, le tensioni nate dai significati contenuti nelle parole.
[...]
Oggi, assistiamo a una stasi dell'Europa. Fuggiamo, compagni, quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell'equilibrio. Riprendiamo la questione dell'uomo. Riprendiamo la questione della realtà cerebrale di tutta l'umanità di cui occorre moltiplicare le connessioni, diversificare i reticoli e riumanizzare i messaggi. [...] Il Terzo Mondo è oggi di fronte all'Europa come una massa colossale il cui intento deve essere quello di cercare di risolvere i problemi ai quali quest'Europa non ha saputo dare soluzioni.
Ma allora, è importante non parlare di rendimento, non parlare d'intensificazione, non parlare di ritmi. No, si tratta di ritorno alla Natura. Si tratta molto concretamente di non tirare gli uomini in direzioni che li mutilano, di non imporre al cervello ritmi che rapidamente l'ostruiscono e lo guastano. Non bisogna, sotto pretesto di colmare il distacco, malmenare l'uomo, strapparlo a se stesso, alla sua intimità, spezzarlo, ucciderlo.
No, noi non vogliamo raggiungere nessuno. Ma vogliamo camminare sempre, notte e giorno, in compagnia dell'uomo, di tutti gli uomini. Si tratta di non allungare la carovana, poiché, allora, ogni fila percepisce appena quella che la precede e gli uomini non si riconoscono più, si incontrano sempre meno, si parlano sempre meno.
[...]
Frantz Fanon, I dannati della terra ,1961
L'attualità di questo pezzo, come di tutto il pensiero di Fanon, appare oggi quasi disarmante. Lui scriveva con una consapevolezza e una lucidità incredibili, quando ancora i processi di decolonizzazione non erano giunti al termine (siamo negli anni '60). E' quasi profetico. Incita il Terzo Mondo a prendere coscienza di sé, a liberarsi del senso di alienazione costante prodotto dal dominio dell'uomo bianco; incita a svilupppare una propria visione dell'Uomo, un Uomo totale che si sottrae al gioco europeo. Di fronte all'innegabile opera di distruzione che l'Europa ha compiuto nei secoli, mi sembra che queste parole abbiano una grande rilevanza. Parlano di libertà e di emancipazione, di coraggio di sottrarsi alla dominazione, intesa non solo in senso fisico e concreto, ma soprattutto mentale (Fanon studiava i meccanismi di alienazione che nascevano dalla relazione colono/colonizzato). Mi piacerebbe che questi scritti fossero più conosciuti, che le persone che ancora oggi, nel 2010, vorrebbero annientare il Diverso, si facessero promemoria della nostra inciviltà, perpetrata a danni dei quattro quinti dell'umanità per secoli interi di storia. E non credo che possiamo cavarcela con una semplice ammissione dell'esistenza della diversità: occorre il ricoscimento di questa diversità. Occorre accettare e ammettere che nella "nostra" società oggi, ci possano essere gruppi che conservano e VIVONO la loro diversità quotidiana, in ogni ambito politico o sociale. Significa non voler imporre la cancellazione si simboli, pratiche e usi, all'INTERNO del "nostro" universo di senso e di azione. Altrimenti riproduciamo gli stessi meccanismi perversi di volontà di sottrarre umanità agli altri, erigendoci come i paladini indussi del giusto, del modo migliore di essere e di agire.
Sono secoli che l'Europa ha arrestato la progressione degli altri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli che in nome d'una pretesa "avventura spirituale" soffoca la quasi totalità dell'umanità. Guardatela oggi altalenare tra la disintegrazione atomica e la disintegrazione spirituale. [...] L'Europa si è rifiutata ad ogni umiltà, ad ogni modestia, ma anche a ogni sollecitudine, a ogni tenerezza. Non si è mostrata parsimoniosa se non con l'uomo, gretta, carnivora, omicida se non con l'uomo.
[...]
Allora, compagni, il gioco europeo è definitivamente terminato, bisogna trovare altro. [...] Decidiamo di non imitare l'Europa e tendiamo i nostri muscoli e i nostri cervelli in una direzione nuova. Cerchiamo di inventare l'uomo totale che l'Europa è stata incapace di far trionfare.
[...]
L'Occidente ha voluto essere un'avventura dello Spirito. E' in nome dello Spirito, dello spirito europeo si capisce, che l'Europa ha giustificato i suoi crimini e legittimato la schiavitù in cui teneva i quattro quinti dell'umanità.
[...]
Un dialogo permanente con se stessi, un narcisismo sempre più osceno non hanno cessato di preparare il terreno a un semidelirio in cui il lavoro celebrale diventa una sofferenza, non essendo le realtà per nulla quelle dell'uomo che vive, lavora e si fabbrica, ma parole, accozzamenti diversi di parole, le tensioni nate dai significati contenuti nelle parole.
[...]
Oggi, assistiamo a una stasi dell'Europa. Fuggiamo, compagni, quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell'equilibrio. Riprendiamo la questione dell'uomo. Riprendiamo la questione della realtà cerebrale di tutta l'umanità di cui occorre moltiplicare le connessioni, diversificare i reticoli e riumanizzare i messaggi. [...] Il Terzo Mondo è oggi di fronte all'Europa come una massa colossale il cui intento deve essere quello di cercare di risolvere i problemi ai quali quest'Europa non ha saputo dare soluzioni.
Ma allora, è importante non parlare di rendimento, non parlare d'intensificazione, non parlare di ritmi. No, si tratta di ritorno alla Natura. Si tratta molto concretamente di non tirare gli uomini in direzioni che li mutilano, di non imporre al cervello ritmi che rapidamente l'ostruiscono e lo guastano. Non bisogna, sotto pretesto di colmare il distacco, malmenare l'uomo, strapparlo a se stesso, alla sua intimità, spezzarlo, ucciderlo.
No, noi non vogliamo raggiungere nessuno. Ma vogliamo camminare sempre, notte e giorno, in compagnia dell'uomo, di tutti gli uomini. Si tratta di non allungare la carovana, poiché, allora, ogni fila percepisce appena quella che la precede e gli uomini non si riconoscono più, si incontrano sempre meno, si parlano sempre meno.
[...]
Frantz Fanon, I dannati della terra ,1961
L'attualità di questo pezzo, come di tutto il pensiero di Fanon, appare oggi quasi disarmante. Lui scriveva con una consapevolezza e una lucidità incredibili, quando ancora i processi di decolonizzazione non erano giunti al termine (siamo negli anni '60). E' quasi profetico. Incita il Terzo Mondo a prendere coscienza di sé, a liberarsi del senso di alienazione costante prodotto dal dominio dell'uomo bianco; incita a svilupppare una propria visione dell'Uomo, un Uomo totale che si sottrae al gioco europeo. Di fronte all'innegabile opera di distruzione che l'Europa ha compiuto nei secoli, mi sembra che queste parole abbiano una grande rilevanza. Parlano di libertà e di emancipazione, di coraggio di sottrarsi alla dominazione, intesa non solo in senso fisico e concreto, ma soprattutto mentale (Fanon studiava i meccanismi di alienazione che nascevano dalla relazione colono/colonizzato). Mi piacerebbe che questi scritti fossero più conosciuti, che le persone che ancora oggi, nel 2010, vorrebbero annientare il Diverso, si facessero promemoria della nostra inciviltà, perpetrata a danni dei quattro quinti dell'umanità per secoli interi di storia. E non credo che possiamo cavarcela con una semplice ammissione dell'esistenza della diversità: occorre il ricoscimento di questa diversità. Occorre accettare e ammettere che nella "nostra" società oggi, ci possano essere gruppi che conservano e VIVONO la loro diversità quotidiana, in ogni ambito politico o sociale. Significa non voler imporre la cancellazione si simboli, pratiche e usi, all'INTERNO del "nostro" universo di senso e di azione. Altrimenti riproduciamo gli stessi meccanismi perversi di volontà di sottrarre umanità agli altri, erigendoci come i paladini indussi del giusto, del modo migliore di essere e di agire.
mercoledì 5 maggio 2010
Cronaca del mi piace di una giornata qualunque
Mi piace svegliarmi presto la mattina, andare a zonzo per Torino, e osservare le solite vecchiette che, sempre nelle stesse vie, portano a spasso i loro cani.
Mi piace pensare che sia un rapporto così intimo, così speciale, che non ci sia nulla di più onesto al mondo di questi due esseri che passeggiano vicini, paghi solo della presenza altrui.
Mi piace sentire l'aria fresca, che risveglia ogni pensiero, che ridà linfa ai desideri dimenticati durante il sonno notturno.
Mi piace perdermi a leggere i manifesti del Museo di Scienze Naturali, leggere di mostre fotografiche...
Mi piace vedere la gente che aspetta il tram, tutti accalcati che seguono con lo sguardo ogni mezzo che passa.
Mi piace scovare un piccolo bar nascosto, curiosarci dentro, entrarci, e trovare una coppia di anziani che fanno colazione insieme e si guardano sognanti...
Mi piace attendere la lezione del mercoledì mattina, avere voglia di apprendere, di scoprire.
Mi piace tornare a casa di fretta, vedere le calche di bambini che escono da scuola e corrono impazienti.
Mi piace entrare in una libreria, sentire il profumo di vecchi testi, immergere la mia immaginazione in pagine mai lette.
Mi piace scartare un nuovo libro, guardarlo a lungo, sapendo che mi farà compagnia per un pò, che mi seguirà ovunque.
Mi piace sbagliarmi, essere smentita, rimettere tutto in discussione, non conservare verità scontate ma finte.
Mi piace cambiare un pò ogni giorno.
Mi piace perdermi tra i dettagli, essere sempre curiosa e mai paga di nulla, alla continua ricerca.
Mi piace pensare che sia un rapporto così intimo, così speciale, che non ci sia nulla di più onesto al mondo di questi due esseri che passeggiano vicini, paghi solo della presenza altrui.
Mi piace sentire l'aria fresca, che risveglia ogni pensiero, che ridà linfa ai desideri dimenticati durante il sonno notturno.
Mi piace perdermi a leggere i manifesti del Museo di Scienze Naturali, leggere di mostre fotografiche...
Mi piace vedere la gente che aspetta il tram, tutti accalcati che seguono con lo sguardo ogni mezzo che passa.
Mi piace scovare un piccolo bar nascosto, curiosarci dentro, entrarci, e trovare una coppia di anziani che fanno colazione insieme e si guardano sognanti...
Mi piace attendere la lezione del mercoledì mattina, avere voglia di apprendere, di scoprire.
Mi piace tornare a casa di fretta, vedere le calche di bambini che escono da scuola e corrono impazienti.
Mi piace entrare in una libreria, sentire il profumo di vecchi testi, immergere la mia immaginazione in pagine mai lette.
Mi piace scartare un nuovo libro, guardarlo a lungo, sapendo che mi farà compagnia per un pò, che mi seguirà ovunque.
Mi piace sbagliarmi, essere smentita, rimettere tutto in discussione, non conservare verità scontate ma finte.
Mi piace cambiare un pò ogni giorno.
Mi piace perdermi tra i dettagli, essere sempre curiosa e mai paga di nulla, alla continua ricerca.
lunedì 3 maggio 2010
Rileggendo Frazer...
Magia contagiosa: il simile attrae il simile. Frazer lo diceva ne "Il ramo d'oro", più di cinquant'anni fa.
E se fosse davvero così? Comincio a crederlo e, se così fosse, si spiegano molte cose.
E se fosse davvero così? Comincio a crederlo e, se così fosse, si spiegano molte cose.
domenica 2 maggio 2010
"Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale.
Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l'occhio ed il cuore.
Fotografare è un grido, una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità: è un modo di vivere."
Henrì Cartier Bresson.
Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l'occhio ed il cuore.
Fotografare è un grido, una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità: è un modo di vivere."
Henrì Cartier Bresson.
venerdì 30 aprile 2010
giovedì 29 aprile 2010
"Ora, come allora, non è ora."
Necessito di stare da sola con me stessa. Necessito di trattenere le parole, le stesse per qualcuno cosi conosciute come inedite per me. Necessito di non rubare al tempo il suo corso naturale, ma allo stesso modo non posso permettermi di aspettare. La mia unica valvola di sfogo è ricominciata ad essere lo spazio vuoto del web. Da una parte questo mi rattrista. [Non cerco risposte, non qui. Scrivo qui perchè, almeno apparentemente, mi sembra meno un soliloquio nella mia stanza, o, peggio ancora, nella mia mente.] Dall'altra, per una benemerita volta, smetto di frenarmi e mi concedo il lusso di "sbagliare". Quindi parlo, ritratto e mi ripeto. Vorrei non avere questa maledetta coerenza e istintività malata, che mi porta ad agire, sempre e comunque, non attenendomi a ciò che la Realtà propone. Vorrei pretendere meno da me stessa e da chi mi sta accanto, ma non ci riesco. Vorrò sempre il massimo. E con questo non intendo nulla di trascendentale. Intendo soltanto avere la possibilità di esprimermi completamente, non lasciare niente di non vissuto. Vorrei essere più clemente nei confronti della parte più introspettiva e idealista di me stessa, dirle che può fare come se io non ci fossi. Invece la comando, le do le mie regole, a cui lei, inevitabilmente e con sempre più prepotenza, si ribella. Lo stesso, identico conflitto, che continua da tempo immemorabile.
Ma...e se invece fosse ora? Ora di lasciare tutto alle spalle, credere nei momenti rivelatori, vivere il tempo come se non fosse tempo, ma uno spazio orizzontale in cui dipingere la vita che vorrei? Senza distinzione alcuna di sonno e veglia, cosciente e incosciente, vissuto o soltanto immaginato. Dare ad ogni attimo la tonalità che voglio, lasciandomi guidare solo da me stessa. Parlare, parlare, parlare, lasciare che le parole e le azioni e i pensieri fuggano dall'ordine prestabilito.
Forse che, immaginare una meta e uno scopo, contiene in parte già il viverli? Sembra tutto così reale, che vorrei raccogliere ogni cosa e posarla nella scatola magica. Porre là dentro anche l'attesa [ché a volte è più emozionante questa che la sua meta].
Ma...e se invece fosse ora? Ora di lasciare tutto alle spalle, credere nei momenti rivelatori, vivere il tempo come se non fosse tempo, ma uno spazio orizzontale in cui dipingere la vita che vorrei? Senza distinzione alcuna di sonno e veglia, cosciente e incosciente, vissuto o soltanto immaginato. Dare ad ogni attimo la tonalità che voglio, lasciandomi guidare solo da me stessa. Parlare, parlare, parlare, lasciare che le parole e le azioni e i pensieri fuggano dall'ordine prestabilito.
Forse che, immaginare una meta e uno scopo, contiene in parte già il viverli? Sembra tutto così reale, che vorrei raccogliere ogni cosa e posarla nella scatola magica. Porre là dentro anche l'attesa [ché a volte è più emozionante questa che la sua meta].
martedì 27 aprile 2010
Di una finestra semichiusa sull'aria umida e di una canzone si può dire molto.
Pensare molto di sé, immaginare ciò che non si è, e sentire ogni cosa a portata di mano, ma allo stesso tempo incredibilmente lontana.
Immaginarsi fotografie ancora da fare,
libri ancora da leggere,
parole solo udite da lontano che sanno di finestre semichiuse su una mattina umida.
Afferro ogni spunto che sappia (almeno un pò) di verità ed evoluzione, sperando di avere abbastanza posto per conservare tutto.
Immaginarsi fotografie ancora da fare,
libri ancora da leggere,
parole solo udite da lontano che sanno di finestre semichiuse su una mattina umida.
Afferro ogni spunto che sappia (almeno un pò) di verità ed evoluzione, sperando di avere abbastanza posto per conservare tutto.
domenica 25 aprile 2010
25 aprile. Pensieri e parole, per non dimenticare.
"Forse non farò cose importanti,
ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri che sto facendo adesso
influiscono sulle mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano."
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente verremo compresi, ed è bene che sia così. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo [...]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento", e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.
Primo Levi, Se questo è un uomo
ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri che sto facendo adesso
influiscono sulle mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano."
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente verremo compresi, ed è bene che sia così. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo [...]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento", e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.
Primo Levi, Se questo è un uomo
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