Quando il capitano, alle ore piccole, andava a dormire, Anton usciva sul ponte e si appoggiava coi gomiti al parapetto. Respirava l'odore rancido del grasso che aleggiava sopra la nave e vomitava il rum lasciandolo svanire nella schiuma delle onde. Una volta alleggeritosi della sua bevuta serale, si asciugava il sudore della fronte e si sedeva un po' fiacco sulla bitta più vicina a contemplare il mare. La notte nordica era chiara e incantata. Il mare gli pareva ancora più sconfinato che di giorno e aveva come la sensazione che una particella di quell'immensità si trasferisse nel suo spirito. Seduto sulla bitta, Anton dimenticava se stesso. Si lasciva rapire, senza neanche rendersene conto, da quella distesa sterminata e si abbandonava al ritmo delle onde, senza più sapere da dove veniva e dove andava. Era come purificato da ogni pensiero, nella leggera ebrezza del rum del capitano Olsen e della notte luminosa. In quei momenti Anton si sentiva più vicino a se stesso di quanto non lo fosse mai stato. Libero dai camuffamenti di cui volentieri lo rivestivano i suoi sogni, fuori dal mondo immaginario che lo circondava, del tutto vicino a ciò che è quasi irraggiungibile: la piena consapevolezza. I sensi rivolti all'interno di se stesso, diventava insensibile al mondo esterno. Da quello stato di estasi scivolava il più delle volte in un sonno profondo e senza sogni.
Jon Riel, Lo zigolo delle nevi
Ne consegue che a volte il troppo rifugiarsi nei sogni è deleterio, è un modo mascherato di fuggire da qualcosa d'altro...e invece quando si gode di qualcosa di reale, di concreto, della materia quasi, tutto acquista un altro sapore. Di sicuro meno sognante e idilliaco, ma certamente più vero: qualcosa che senti appartenere di più a te, a te soltanto, e non a quello spazio etereo e inconsistente creato dalla tua fantasia. A nutrire troppo la fantasia, a volte ci si scorda di ciò che si ha davanti agli occhi.
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